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Lavoravano tutti i giorni, domenica compresa, dalle 8 alle 20, con una pausa di 15 minuti per poter mangiare. La paga? Un euro e mezzo all’ora. Un solo giorno di riposo ogni trenta di lavoro, con 500-600 euro al mese di paga, in alcuni casi anche meno di 400. Gli operai sfruttati, soprattutto africani, lavoravano in un calzaturificio della provincia di Firenze gestito da una famiglia di imprenditori cinesi, padre, madre e figlio. La guardia di finanza di Empoli ha fatto scattare le manette per i due coniugi (il figlio si troverebbe in Cina) con l’accusa di bancarotta fraudolenta, sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte e caporalato. Secondo le indagini i lavoratori erano completamente al nero o, solo in alcuni casi, con contratti part-time di formazione. Impressionante quanto risulta nelle carte dell’inchiesta. In un colloquio intercettato il figlio dei due arrestati (B) parlando con un altro imprenditore (A) spiegava i meccanismi dello sfruttamento:

A: “Da te agli uomini di colore quanto gli dai al mese? Li hai assunti?”
B: “Di colore venti euro al giorno”.
A: “Calcoli al giorno?”
B: “Sì, se calcoli al mese a volte gli uomini arrivano in ritardo. Tu li fai lavorare un giorno, lavorano fino alla sera, 12 ore, e gli dai 20 euro al giorno”.
A: “Ti avanzano? Io ne vorrei due…”
B: “Chiedo a due di venire da te a fare una prova”.
A: “No, se li conosci me li presenti, non c’è bisogno che mi dai i tuoi”.
B: “C’è bisogno di dargli l’alloggio?”
A: “No, non c’è bisogno di dargli vitto e alloggio, loro vengono da sé…”

Dall’inchiesta emerge anche che gli operai preferiti erano gli africani, perché considerati facilmente sfruttabili poiché privi di alternative, oltre che non consapevoli dei loro diritti.

Per i due cinesi arrestati il pm Christine Von Borries aveva chiesto il carcere, ma il gip ha disposto gli arresti domiciliari. Nell’ordinanza del gip si legge che gli imprenditori “mostrano un alto grado di propensione alla delinquenza, comprovato dalla scientificità, organizzazione e pervicacia nell’attuazione del disegno criminoso e dal chiaro e smaccato pregio per le regole dello Stato italiano”.

Il comportamento di questi sfruttatori, inoltre, va contro la leale concorrenza in quanto, senza pagare i contributi e le imposte, e corrispondendo paghe da fame, si avvantaggiano sugli imprenditori onesti.

3 Comments

  1. Questo è il “nuovo” made in Italy. Ha ragione la Meloni occorre fare chiarezza su tutto il lavoro e le aziende straniere che aprino e chiudo fuori da ogni regola. Io credo che non si possa etichettare un “indumento o altro” se tutti i componenti arrivano dall’estero e in Italia al massimo si “assembla” o si etichetta. Col made in Italy tutta la filiera (produttiva) dovrebbe essere Italiana.

  2. Pietro Esposito Reply

    E se li toccate per sbaglio, attenti ai cinesi. La madre Cina non è come l’Italia degli “onorevoli vigliacchi ! In definitiva i Cinesi sono pure razzisti, perchè poco si integrano e fanno sempre enclave monorazziali !

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