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Prosegue la triste conta dei delfini morti nelle acque della Toscana. L’Arpat fa sapere che dall’inizio di luglio sono già diciassette, mentre all’inizio dell’anno siamo a trentaquattro casi. In attesa di conoscere l’esito degli esami tossicologici, si apprendono alcuni dettagli dalle autopsie che sono state eseguite. Degli otto casi analizzati, spiega l’assessore regionale all’Ambiente, Federica Fratoni, sette presentavano un tratto comune: lo stomaco vuoto. Cosa può voler dire? La morte potrebbe essere sopraggiunta a causa di una patologia che ha indebolito così tanto i mammiferi impedendo loro di nutrirsi. Per fare luce sulla vicenda sarà fondamentale l’esito degli esami sui tessuti e sugli organi prelevati. “Attendiamo per metà agosto le risposte delle analisi ecotossicologiche – prosegue l’assessore – che chiariranno se queste morti siano o meno legate a fattori inquinanti. A fine mese, invece, arriveranno le risposte per quanto riguarda la presenza di virus e patogeni. Mi auguro davvero che questo stillicidio si fermi al più presto”.

Una cosa che preoccupa è che diversi delfini erano morti da poche ore e in alcuni casi sono stati avvistati in grandi difficoltà, ma ancora vivi, poco prima del decesso, in acque molto basse o già fermi sulla battigia. L’intervento dell’uomo li aveva allontanati, portandoli in acque un po’ più profonde, ma senza riuscire a salvarli.

Quali possono essere le cause?

Dalle autopsie sono state riscontrate lesioni ed ematomi, e in alcuni casi emorragie interne. Ma potrebbero non essere queste le cause dei decessi, trattandosi invece delle conseguenze di collisioni con le barche o gli scogli. Una delle cause ritenute probabili è il contagio da morbillivirus, tenuto conto che i virus sono molto più pericolosi (e mortali) per soggetti già indeboliti per altri fattori. E qui si innesca il fattore inquinamento: potrebbe aver indebolito (se non direttamente causato) la morte di tutti questi delfini? “Nel Mediterraneo c’è un’altissima presenza di contaminanti persistenti — spiega a Repubblica la professoressa Letizia Marsili, docente di Ecologia all’Università di Siena — che non si smaltiscono, ma si accumulano nei tessuti via via che si sale nella catena alimentare”. Queste sostanze, che in molti casi alterano le difese immunitarie, finiscono nel grasso sottocutaneo e nei tessuti. Quella che, per natura, è una riserva di energia molto importante, finisce col trasformarsi in un pericoloso ricettacolo di molecole nocive, con tutte le conseguenze del caso.

1 Comment

  1. Con tutti gli insani esperimenti di geoingegneria di cui non ci parlano, soprattutto le scie chimiche con alluminio ed altre sostanze tossiche, stanno avvelenando cielo, terra e mare. Le malattie aumenteranno anche per l’uomo.

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