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Paola Viegi

Ritrovare una vecchia foto ed aprire il cassetto dei ricordi… Babbo, mamma e mio fratello Roberto fotografati da me sulla terrazza della nuova casa, dove ho abitato per 12 anni dal 1970 al 1982: l’attico di via Mascagni, zona Stazione.
Li ho immortalati proprio in quei giorni che ci eravamo trasferiti. La mia casa del cuore, quella dove ho trascorso i migliori anni della mia vita. Gli avvenimenti più belli sono stati ospitati tutti lì: dalla Comunione alla Cresima, le feste di Carnevale, i miei 18 anni, i Mondiali di calcio con i ragazzi di Sant’Antonio, tutti davanti alla televisione a colori (babbo fu tra i primi a comprarla da Longiave). Quelle stanze hanno accolto tante risate spensierate, i balli provati sulla musica di Saturday Night Fever per poi riproporli all’Happy Day la domenica pomeriggio. Eravamo tanti, una quarantina. Si prendeva il treno dal primo binario alla Stazione, io sempre con mio fratello incollato (più piccolo di me di tre anni), gli stessi che frequentavamo l’Oratorio parrocchiale in Sant’Antonio guidato dal mitico Padre Lorenzo.

Vivevamo in simbiosi, sempre insieme. Sotto casa c’era il Dopolavoro Ferroviario con la pista di pattinaggio. Tutti i santi giorni ci si ritrovava fino al tramonto. Quante ginocchia sbucciate e lividi vari frutto delle cadute rovinose per non farsi acchiappare mentre si giocava al lupo e pecore. Mamma mi guardava dalla finestra di cucina e quando rientravo in casa mi beccavo sempre due scapellotti perché arrivavo troppo tardi e non facevo la lezione.

La zona della Stazione era popolata da noi, il gruppo dei ragazzi di Sant’Antonio. Spesso con i pattini allungavamo fin sotto le logge di Viale Gramsci per fare un po’ di movimento. I negozianti ci conoscevano tutti e noi conoscevamo loro: la Casa della Sposa che ci aveva confezionato i vestiti da Comunione, la Tabacchina dove l’estate lavorava la mia amica Monica, un genio dei conti, quella che ha contribuito significativamente a farmi prendere il diploma di ragioniera, la Cartoleria dalla parte opposta, accidenti non mi ricordo il nome, dove compravo le penne Staedtler, la libreria Mondadori, l’Hotel di Lusso dei Cavalieri e ancora l’Alimentari di fronte alla Stazione, il negozio di abbigliamento Cofer sull’angolo, il Monte dei Paschi, la mia prima banca, il Bar Gambrinus (l’unico che c’è ancora).

Il quartiere era abitato da tante famiglie con bambini, ed era bello potersi alternare a casa di uno o dell’altro per fare merenda e giocare; le nostre mamme all’epoca non lavoravano (non si usava, diceva la mia) ed avevano il tempo per prepararci delle mitiche fette di pane e pomodoro con la mortadella sopra, oppure pane e olio o pane, zucchero e vino. Le merendine non si sapeva neanche cosa fossero.

Ricordo che c’erano momenti di ilarità al passaggio di Solange con la sua decapottabile. Sapevamo che ciclicamente faceva il giro di piazza della Stazione, quando arrivavano le nuove leve, con la sua aria da diva, tutta truccata minuziosamente, ammiccava per un invito, ma mai sopra le righe e sapeva stare allo scherzo. E poi che dire della Palestra di Via Della Spina verso via Corridoni? Lì c’era il bel Paolo (Conticini): biondo, occhi azzurrissimi, sempre abbronzato, gentile come ora, una tappa immancabile delle mie amiche tutte innamorate di lui. Mi viene in mente anche il negozio di Parrucchieri Piero e Deanna, tra i pochi che sono riusciti a tagliarmi i capelli, erano in via Vespucci e ci si andava da sole con la mia amica del cuore, la Giorgia, due volte l’anno.

A quindici anni iniziai proprio da casa di via Mascagni, a fare le prime vasche in Corso Italia o via Vittorio, come dicevano i miei, ad andare al cinema – c’erano l’ Astra, l’ Italia e l’ Ariston – agli spettacoli ovviamente del pomeriggio, accompagnata da mio fratello o dagli amici di sant’Antonio, Carlo e Antonio (le mie guardie del corpo). A raccontarlo ai nostri figlioli non ci si crede, ma si viveva bene senza i cellulari, anzi si stava meglio: le chiacchierate si facevano dal vivo, non in chat, si condivideva con semplicità, si litigava, ci si innamorava e si faceva pace, tutto in diretta: ad asciugarci le lacrime.

Ogni tanto me la sogno ancora la mia casa di via Mascagni, sento la voce del lattaio che urla al citofono e quella del babbo che mi chiama con la sua voce roca: “Si mangiaaa!”. Ma guarda lì questa foto quanti ricordi mi ha fatto venire fuori, l’ultimo il mio gatto Pallino, che di quella terrazza era il dominatore indiscusso e noi che dovevamo sottostare alle sue volontà, pena una bella graffiata sulle gambe.

Bei tempi, i migliori della mia vita di ragazza pisana degli anni Settanta, vissuta in zona Stazione a Pisa: il Quartiere che non c’è più.

Paola Viegi

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