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Andrea Cosimi

Un documento del Settecento riporta che “nel 1568 si giocò al Ponte, e a forza di sassate la vittoria fu de’ cavalieri di Mezzogiorno”. Il Granduca Cosimo I soggiornò frequentemente in quel periodo a Pisa, e l’introduzione del Gioco del Ponte rientra nell’elaborazione di giochi pubblichi nel Granducato da lui voluta.

Il 24 aprile 1589 una Battaglia del Ponte fu ordinata per celebrare l’arrivo in città della nuova Granduchessa Cristina di Lorena, e i signori Pisani (tra questi i Lanfranchi, i Della Seta, i Gaetani…) si sobbarcarono tutte le spese rifiutando i danari offerti dal Granduca.

Tutte le edizioni dei primi del ‘600 videro l’intervento dei Medici: talvolta alcuni di loro presero il comando di una delle parti, al pari di rappresentanti dell’aristocrazia pisana.

Riguardo alla composizione sociale delle squadre tanti erano contadini e artigiani. Pisa fu spopolata dall’epidemia del 1630, ma proprio da quell’evento cominciò una progressiva trasformazione del Gioco, sempre meno cavalleresco e sempre più agonistico, competitivo e locale, anche per effetto del disimpegno dei Medici nella sua organizzazione. Probabilmente in questo periodo si afferma definitivamente la dipendenza del Gioco dagli armatori locali.

Nel 1661 si presentarono al combattimento 1200 uomini tra i 18 e i 45 anni, e il gioco fu particolarmente violento, con decine di morti. Così, nel 1672, venne introdotta la pratica delle battaglie numerate, ovvero a numero uguale di combattenti per parte (320).

Da quell’anno, assieme alla battaglia numerata se ne praticava anche una ordinaria nel giorno di Sant’Antonio e che poteva essere promossa da chiunque, ottenuta licenza di battere il tamburo, volgarmente detta “a chi monta monta”, al termine della quale i giovani più valorosi venivano selezionati per partecipare alla battaglia generale. E per quanto le spese dell’abbigliamento restassero a carico della Nobiltà a Pisa non vi era famiglia che non avesse armi.

Nel 1719 avvennero tali disordini che il Gioco fu sospeso dal Granduca Cosimo III e solo sei anni più tardi i signori deputati di Mezzogiorno e Tramontana si unirono per dare al Gioco nuove regole, dotandosi di una infrastruttura organizzata in base agli strati sociali.

L’elemento dell’utile economico si delinea agli inizi del 1700, contribuendo il Gioco all’incremento di tante piccole attività cittadine artigiane e di servizi, fino addirittura all’istituzione, nel 1732, di “contribuzioni” regolate in proporzione all’utile ricavato di albergatori, osti e bottegai: per dare una idea, nel 1758 gli esercizi tassati furono ben 168 (dalle osterie ai macellai, dai fornai ai pizzicagnoli, ecc.).

Progressivamente i Nobili Pisani, pur continuando a gestire in modo formale il Gioco, ebbero sempre minore capacità di assolvere agli impegni finanziari riguardanti le spese generali, unitamente ad un innegabile progressivo disinteresse.

Con il Granduca Pietro Leopoldo il Gioco del Ponte ebbe un ridimensionamento, perché in contrasto con il suo interesse ad attività spettacolari che non fossero occasione invece di disordini e di discordie: così, durante il suo regno, il Gioco si disputò appena tre volte, fino all’ultima edizione del 1785.

Solo nel 1807 si tornò a gareggiare: dopo ben ventidue anni di sospensione fu una edizione con 140 Pisani, mentre la quasi totalità delle truppe venne dalle nostre campagne, dalle nostre colline e dai nostri monti.

Fonte bibliografica: Il Gioco del Ponte di Pisa (Editore Vallecchi, 1980)

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