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Avevano messo in piedi un’organizzazione criminale per truffare gli anziani nel Nord e nel Centro Italia. Una parte della refurtiva, per un valore di almeno 200mila euro, è stata recuperata dai carabinieri di Siena, tra denaro, gioielli e oggetti preziosi. Oltre 50 le truffe messe a segno dalla banda, che aveva sede a Napoli. Dodici i provvedimenti cautelari emessi dal gip del tribunale di Siena ed eseguiti tra Napoli e Milano. Una persona è ancora latitante. Sei persone sono finite in manette in flagranza di reato. Le indagini erano scattate nell’agosto 2018 dopo alcuni casi di raggiro denunciati nella città del Palio.

La tecnica per agganciare le vittime era ben collaudata: spacciandosi per carabinieri o avvocati, i telefonisti raccontavano agli anziani che un loro congiunto era nei guai per un grave sinistro, che rischiava di finire in carcere e che occorreva provvedere a pagare un primo risarcimento dei danni per evitare guai peggiori. Ottenuta la disponibilità delle vittime, i malfattori facevano scattare la “fase 2” del raggiro: inviavano una persona a casa dei malcapitati, spacciandolo per avvocato, che rubava denaro, gioielli e qualunque oggetto di valore potesse arraffare.

In diversi casi il telefonista, per rendersi più credibile, suggeriva alla vittima di chiamare il 112 per avere conferma dei fatti e, al contempo, fingeva di interrompere la conversazione. Alla chiamata successiva della vittima al numero di emergenza indicato, di solito rispondeva lo stesso interlocutore iniziale (o un suo complice) confermando le false storie precedentemente narrate e confermando così, nella persona ingannata, la convinzione di dover pagare quell’avvocato, che sarebbe passato a ritirare il denaro o i valori destinati al presunto risarcimento, pur parziale, dei gravi danni cagionati dal congiunto della vittima.

I telefonisti erano abilissimi nel farsi dire il nome del figlio dagli anziani ed utilizzarlo per impressionarli maggiormente, ripetendolo con frequenza. Al “trasfertista” veniva pagato il viaggio di andata e ritorno da Napoli con treno e, raggiunta la meta, anche il taxi solo per l’andata. Questi in genere, una volta raccolto un consistente bottino, rientrava a Napoli o raggiungeva Milano per piazzare il maltolto a dei ricettatori, oppure cedere agli organizzatori quanto trafugato. Ai trasfertisti veniva riconosciuta una quota minore del bottino, in relazione all’opera svolta e al rischio corso.

L’atteggiamento dei capi era molto severo, gli ordini non ammettevano deroghe o contestazioni, pena l’immediato “licenziamento”. I corrieri si dimostravano particolarmente remissivi e sottomessi nei confronti di chi procurava loro un lavoro, sia pur illecito.

Tra le accuse nei confronti dei membri della banda c’è anche quella di aver truffato alcune attività commerciali, a cui venivano offerti in vendita lingotti o pepite d’oro (ovviamente falsi). La banda criminale osservava il criterio della settimana corta: niente “lavoro” di sabato e domenica.

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