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Paola Viegi

Ho dedicato un bel pezzo di vita alla lotta alle sopraffazioni di ogni tipo. Da piccola ero una bambina timida e chiusa, se ero chiamata ad intervenire balbettavo, mi prendevano in giro e mi escludevano. Finché è capitata l’occasione giusta: a 49 anni sono finita casualmente a fare politica. Era il 2011 e mi sono trovata eletta consigliera comunale, convinta da persone conosciute nella mia nuova parrocchia, e ho gestito il consiglio comunale per cinque anni filati.

Non volevo, ero certa avessero sbagliato, ma quando qualcuno mi ha sottolineato che la scelta era caduta su di me non per bravura e capacità, ho deciso di rimboccarmi le maniche per “fargliela vedere”. Sono stati anni intensi, dove ho lottato con una determinazione che non conoscevo – o forse era semplicemente orgoglio – per affermare i miei principi, quelli che ho nel mio DNA: giustizia, libertà di pensiero, democrazia, umanità verso l’altro, rispetto. Non so se ci sono riuscita, certamente ho seminato, ma soprattutto ho finalmente capito che non dovevo avere paura.

Sii prudente, riecheggiano le parole dei miei cari… Figurarsi, cocciuta come sono… Oggi scrivo per dire a chi subisce, di tirare fuori la grinta, farsi aiutare ma soprattutto trovare la forza dentro sé per combattere e vincere – si chiama autostima – e se ti fanno una cattiveria, se sono prepotenti con te, se ti deridono, reagisci e difenditi. Lo dico perché leggo di troppe vittime di bullismo, di mobbing e peggio ancora di violenze di tutti i generi. Persone che non riescono ad aiutarsi e a farsi aiutare. Perché si forma un blocco dentro, e restano di ghiaccio. Io lo so.

Viviamo in tempi di regressione della conoscenza intesa come voglia di “mettersi in contatto con l’altro”, a danno delle relazioni. Ci si nasconde dietro un mondo virtuale, appannaggio di personaggi equivoci e malvagi, questo favorisce il peggio: la manifestazione di azioni di intolleranza, razzismo, rifiuto, sopraffazione, manipolazioni e bullismo. Bisogna dire che anche negli ambienti di socializzazione dei nostri ragazzi sono in aumento gli atti di prepotenza di “terrorismo della personalità”.  Ecco che diventa importante darsi una mossa, non indugiare e reagire prima che sia troppo tardi. Tutti possiamo fare qualcosa.

Il ruolo della famiglia e della scuola sono determinanti per insegnare ad avere un occhio favorevole quando si è di fronte all’altro, guardarlo non come un problema ma come un’opportunità, l’opportunità di vedere sé stessi, con i propri pregi e difetti. Chi è genitore deve farsi carico di educare al rispetto ma anche contribuire a fortificare i figli perché contrastino le meschinità quotidiane che agiscono subdole contro il “diverso”, inteso non solo per colore di pelle ma anche per peculiarità legate al proprio carattere. La disattenzione favorisce i bulli.

Occorre dare ai ragazzi gli strumenti per difendersi. Aiutiamo i nostri giovani a fare delle giuste relazioni un’occasione di arricchimento personale. Insegnare ad educare al rispetto deve essere un’opera strategica del sistema educativo, così come nelle scuole dovrebbero essere affrontati con serietà e competenza tutti quei temi che oggi sono appannaggio delle persone sbagliate, quelle che usano mezzi equivoci per manipolare le nuove generazioni, inducono alla violenza, offrono falsi miti e false soluzioni. Con la conoscenza e la condivisione riusciremo a combattere il male che si insinua e che annienta le coscienze, che isola e rende egoisti. Mettiamoci a​ disposizione con strumenti efficaci, primo fra tutti l’ascolto, l’esserci. Perché dalla corresponsabilità e dai sensi di colpa per non aver fatto o detto non si scappa mai. E allora RIBELLIAMOCI!

Paola Viegi

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