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Uno dei maggiori pericoli troppo spesso sottovalutato nel nostro Paese è l’islamismo ideologico. Attrae ragazzini e adulti, sbandati o ben integrati, residenti nelle grandi periferie urbane e nelle cittadine di provincia. Un piccolo esercito dell’odio che per essere sconfitto deve essere prima di tutto riconosciuto, fermando le sirene della propaganda e del fondamentalismo. Ne abbiamo parlato con Alberto Giannoni, firma toscana del quotidiano il Giornale e autore de “Il libro nero dell’Islam italiano” (ed. Fuori dal coro – il Giornale).

Il suo ultimo libro punta il dito non solo contro i jihadisti. Ma, anzi, dice che il jihadismo è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno assai più pericoloso…

L’islamismo ideologico, la versione politicizzata e militante della religione. Che nel medio-lungo periodo questo islamismo ideologico, non jihadista, possa essere più insidioso non lo dico tanto io, quanto esperti come Lorenzo Vidino, uno dei massimi conoscitori dell’universo estremista, docente in una università americana, autore della prefazione al libro. La dimensione ideologica dell’islamismo può essere più insidiosa, sebbene sia non apertamente violenta, proprio perché capace di assumere sembianze diverse, a volte perfino suadenti agli occhi di una certa opinione pubblica. Nonostante le apparenze e le modalità d’azione, però, il suo obiettivo, resta lo svuotamento dall’interno del nostro sistema democratico liberale, del nostro stato di diritto.

Esiste o può esistere un Islam moderato?
È molto difficile dirimere questioni del genere, e io non intendo affrontare questioni teoriche o teologiche. Il mio lavoro è un lavoro da cronista, è il resoconto di un lavoro da cronista iniziato ormai dieci anni fa e condotto spero con equilibrio, senza pregiudizi in un senso o nell’altro. Per la mia esperienza esistono musulmani che distinguono religione e politica, esistono musulmani che si battono per questo, per la libertà e contro l’islam politico. Quelli in prima linea non sono molti. Ma stare in prima linea non è facile per niente. Mi piacerebbe chiamarli non tanto moderati quanto, semplicemente, democratici, o liberali, o laici.

Per difenderci dobbiamo conoscere il nostro nemico. Il problema è quando il nemico si nasconde bene, camuffandosi in qualcosa che, di fatto, per le nostre regole e i nostri valori, è inattaccabile: la libertà di religione. Che si può fare?

Le insidie che derivano da una minaccia di tipo culturale, e non direttamente terroristica, sono più difficili da contrastare. Non bastano insomma gli apparati di intelligence e i servizi, che svolgono peraltro un lavoro eccellente – ricordiamoci che l’Italia è il Paese che espelle di più in Europa. Per contrastare una minaccia culturale, ideologica, serve una risposta culturale e ideologica, che neutralizzi i discorsi d’odio, che fermi i predicatori d’odio, che argini i proselitismi e spenga le reti telematiche e mediatiche che diffondono discorsi razzisti, antisemiti, anti-cristiani, misogini, omofobi.

Non vede il rischio che una risposta troppo emotiva al fondamentalismo getti via, insieme all’acqua sporca, anche i gattini? Il rischio di fare di tutta l’erba un fascio prendendosela anche con chi non ha colpa…

Certamente, lo vedo eccome. Anche per questo tengo molto a distinguere l’islam dall’islamismo, e tengo molto a dire che fra le prime vittime dell’islamismo ci sono i musulmani. Spesso, quando lo faccio, al mio fianco ci sono quei musulmani liberali e democratici di cui parlavamo prima. È molto importante precisare che l’islam non è un monolite, non è tutto uguale, comprende tradizioni, etnie, scuole giuridiche molto diverse fra loro. Tendo a contraddire chi sostiene che non ci sia alcun problema con l’islam, ma anche chi afferma che l’islam sia integralmente un problema. Anche perché esiste un enorme area grigia, che dobbiamo portare dalla parte “nostra”, che è quella dei diritti e delle libertà.

A Pisa si è discusso molto dell’apertura di una moschea, in zona Porta a Lucca, poi bloccata dalla nuova giunta di centrodestra. Lo Stato deve prima di tutto difenderci, ma anche tutelare la libertà di pregare e professare una fede. Le come la vede?

La libertà di culto deve essere tutelata, è prevista dalla Costituzione e corrisponde alla migliore tradizione delle nostre democrazie liberali. Le moschee devono essere fatte se ci sono le condizioni per farle. Condizioni normative innanzitutto, che regolino la figura dell’imam, la trasparenza dei finanziamenti, i sermoni in lingua italiana e tutta una serie di presupposti analoghi. Inoltre, le moschee devono essere fatte se possono essere affidate a imam capaci di garantire da ogni punto di vista, non solo sulla sicurezza – e ci mancherebbe altro – ma anche sull’orientamento ideologico. Non ci deve essere l’ombra dell’antisemitismo per esempio, o di altre caratteristiche simili, che segnalano l’esistenza di un islam politico problematico, incompatibile con i nostri standard. Mi pare legittimo chiedere che ci siano garanzie totali.

Francesco d’Assisi incontrò il sultano d’Egitto, Malik al Kamil. Erano anni difficilissimi, gli anni delle crociate. Ottocento anni dopo crede sia possibile ricreare i presupposti per una pacifica convivenza? Su quali basi?

È molto difficile rispondere e la risposta dovrebbe arrivare sul piano politico. Per quanto ho toccato con mano in questi dieci anni di lavoro, per quanto ho visto e riscontrato, credo che la ricetta giusta sia un atteggiamento politico-culturale che tenga insieme il massimo del rigore nei confronti dell’islam politico, con il massimo del sostegno ai (pochi) musulmani democratici che si battono per un islam moderno, compatibile con i diritti e la libertà. La sfida è questa.

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