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Dalla Maremma arriva un grido allarme: la produzione di grano è a rischio. Il problema non è legato a fattori climatici, che sempre hanno la loro incidenza. Siamo di fronte, invece, ad una crisi economica, con le aziende costrette a produrre sotto costo. Come rileva il presidente Confagricoltura di Grosseto, Attilio Tocchi, c’è il rischio che si fermi la coltivazione. Perché? I costi di produzione sono quattro volte superiori a quelli che si hanno in Romania e Bulgaria. Quindi continuare a produrre grano con una concorrenza di questo tipo diventa difficile. La Maremma, considerata il “granaio il della Toscana, vede 22.450 ettari coltivati a grano duro, 5420 a orzo, 4545 ad avena e 3114 a frumento tenero. I problemi ci sono soprattutto con il grano duro.

Cosa chiedono gli agricoltori? Sostegni alla filiera. “Ci aspettiamo risorse dal Ministero per incentivare la produzione di altissima qualità che viene qui coltivata”. Materia prima d’eccellenza che, com’è noto, serve alla produzione di pasta. Se non ci saranno interventi, spiega Tocchi, la produzione di grano in Maremma, prima per estensione, rischia di essere un pallido ricordo”. Qualcuno dirà che è meglio così, perché se produrre grano non è più redditizio, è meglio cambiare prodotto. Lo stop totale alla coltivazione, però, danneggerebbe non solo il settore agricolo ma anche, giocoforza, quello della pasta, con danni inevitabili per i consumatori, costretti ad acquistare prodotti di minore qualità. Perché una cosa è certa, sottolinea Tocchi: “Noi produciamo il grano migliore, e questo va a vantaggio del consumatore, della nostra agricoltura e dell’ambiente”.

Bisogna tenere conto anche di altri due fattori. Il primo è questo: per il grano duro l’Italia non è autosufficiente. A fronte di un consumo pari a circa 5,6 milioni di tonnellate, ne produciamo solo 3,36 milioni (il 60%). Nessuno pensa di avviare una nuova battaglia del grano, di infausta memoria (e come dimostrato dagli storici, dannosa per l’agricoltura), però un margine di crescita può starci. L’altro dato da considerare è questo: negli ultimi 10-15 anni è in aumento la domanda di pasta dall’estero, per questo è destinata a crescere, e non di poco, la richiesta di grano duro da macinare. Se il mercato ce lo chiede perché non produrre una maggiore quantità di pasta “made in Italy” al 100%?

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