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Il presunto piromane del Monte Serra, Giacomo Franceschi, non ha risposto alle domande del giudice per le indagini preliminari Donato D’Auria. Come riferito dai suoi avvocati ha deciso di avvalersi di questa possibilità, prevista dalla legge. Al momento si attende di conoscere la decisione del gip sulla convalida o meno del fermo (notizia in aggiornamento).

La voce del suo arresto ieri si è sparsa in un attimo in Calci, grazie al tam tam dei social network. Anche i più anziani e meno tecnologizzati in un batter d’occhio sapevano tutto. Come sempre avviene ci si è subito divisi tra innocentisti e colpevolisti, quasi fosse un derby di pallone e non un’immane tragedia che sconvolge ancor di più perché la persona accusata di aver scatenato l’inferno è figlio di quella stessa terra. Ed è uno che si è battuto per arginare il fuoco, insieme agli altri volontari del posto.

Ma chi è Giacomo Franceschi? Molti lo descrivono come una persona poco espansiva e taciturna. Trentasette anni, vive con la famiglia, stimata e ben voluta, poco sopra il centro abitato di Calci. Non ha un impiego stabile, si arrangia con lavori saltuari, prevalentemente legati al giardinaggio (per seguire le orme del padre). Per un periodo Giacomo ha lavorato nel bar di suo cognato, per aiutare la sorella che aspettava un bambino (e subito dopo la nascita del piccolo). Non ha legami sentimentali, qualcuno ricorda una sua storia d’amore finita da tempo.

Nel volontariato legato alla difesa del territorio (fa parte del gruppo antincendio boschivo “Paolo Logli”) ha trovato una ragione di vita. Su Facebook, come gran parte dei pisani (e non solo), manifestò il proprio dolore per il disastro del Monte Serra: “Ho perso anche una grande parte del mio cuore per me il Serra era vita”. Frasi condivise da tutti quelli che hanno visto, anche solo in foto, o video, la devastazione del fuoco. Quel fuoco che lui ha toccato con mano, insieme agli altri volontari che, unitamente ai vigili del fuoco, dopo giorni e giorni di fatica e sudore, hanno vinto la difficile battaglia.

Era orgoglioso del suo impegno come volontario. Lo si evince dalle foto, pubblicate su Facebook, con la divisa arancione e il volto segnato dalla fuliggine. E poi quella foto con la scritta “#tivogliobeneserra, a voler rimarcare un cordone ombelicale che lo lega alla sua amata terra.

Tra le sue tracce lasciate sul web qualcuno ricorda un post del 16 settembre che fece assai discutere. Una sorta di sfida a viso aperto lanciata ai piromani. Il messaggio si concludeva così: “Ci troverete sempre pronti giorno e notte estate e inverno. Quindi rassegnatevi perché NOI saremo SEMPRE i vincitori e voi gli sconfitti”.

Dopo l’incendio che devastò i Monti pisani, come testimoniato da un’altra volontaria, si disse convinto che a scatenare l’inferno fossero stati almeno tre inneschi anziché uno solo. Quando gli chiesero come facesse a saperlo rispose che era una voce che girava. Per giustificare la sua presenza sul Monte Serra, la sera in cui divamparono le fiamme, ha detto agli inquirenti che voleva controllare la situazione dopo l’allerta meteo per il forte vento.

A chi ha avanzato il dubbio che l’uomo potesse essere mosso da ragioni economiche, aspirando ad un compenso per il lavoro svolto nello spegnimento, ha risposto Gabriele Salvadori, presidente del coordinamento volontario toscano: “Ogni associazione nel suo statuto vieta i rimborsi per il servizio prestato”. Almeno su questo punto non ci sono dubbi.

Foto (in alto) tratta dalla pagina Facebook  di Massimiliano Ghimenti, sindaco di Calci

 

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