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Definire con una parola Geno Pampaloni non è facile: giornalista, scrittore, critico letterario, è considerato, non a torto, uno dei maggiori conoscitori, interpreti e critici letterari del Novecento italiano. A cento anni dalla nascita il Gabinetto Viesseux lo ricorda martedì 27 novembre alle 17, nella sala Ferri di Palazzo Strozzi a Firenze: interverranno Beniamino de’ Liguori, Goffredo Fofi, Paolo Mauri, Aurelio Picca ed Emanuele Trevi. Un gruppo ideale di “testimoni” cui spetta il gravoso compito di ricostruire la complessità culturale di Pampaloni, e il suo ricco percorso nel giornalismo politicamente impegnato, l’attività editoriale, lo studio, e soprattutto la critica militante, di cui è stato uno dei rappresentanti più esemplari del Novecento.

Dagli studi liceali a Grosseto, a quelli universitari a Firenze e poi alla Normale di Pisa (dove si laurea in Lettere con Luigi Russo), Pampaloni inizia molto presto la sua attività di “critico giornaliero”, che nel corso degli anni lo porta a recensire moltissimi libri e autori, segnando dei fermi punti di riferimento nell’interpretazione della letteratura italiana contemporanea. Al tempo stesso Pampaloni contribuisce a importanti iniziative per varie case editrici.

Dopo aver collaborato a “Italia Libera”, il quotidiano del Partito d’Azione, nel 1947 inizia a lavorare in Olivetti come direttore della biblioteca aziendale. L’azienda di Ivrea negli anni Cinquanta attrae intellettuali da tutta Italia, offrendo la possibilità di partecipare alla costruzione di una grande utopia politica denominata “Comunità”. Per dodici anni Pampaloni collabora con  Adriano Olivetti quale responsabile dei servizi culturali e segretario generale del Movimento Comunità. Più tardi diventa direttore editoriale delle case editrici Vallecchi e De Agostini. Come giornalista e critico letterario negli anni scrive per diversi quotidiani: il “Corriere della sera”, “La Stampa”, “Il Tempo”, “La Nazione”, e le riviste “Il Mondo” e “L’Espresso”. Montanelli e Piovene nel 1974 lo vogliono tra i fondatori de “il Giornale”. Il sodalizio con il maestro di Fucecchio prosegue fino al 1994, dove lo segue a “La Voce”.

Pampaloni fu sempre molto restio a riunire in un libro la sua enorme produzione di critico; la raccolta più ampia dei suoi scritti sarà il volume postumo “Il critico giornaliero” (2001), pubblicato pochi mesi dopo la sua scomparsa. Altri titoli della sua bibliografia sono “Trent’anni con Cesare Pavese” ( 1981), le prose autobiografiche, di straordinaria intensità e finezza, “Buono come il pane” (1983), “Fedele alle amicizie” (1984), “Bonus malus” (1993), “I giorni in fuga” (1994), “Una valigia leggera”, uscito postumo nel 2007 e – memorabile incursione di Pampaloni nella letteratura dell’Ottocento – il commento ai Promessi sposi (1988). Nel 2016 è stata ripubblicata la raccolta dei suoi scritti su Adriano Olivetti col titolo “Poesia, politica e fiori” (già pubblicata nel 1980 come “Un’idea di democrazia”).

Foto: www.vieusseux.it

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