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È forte anche a Pisa la commozione per il crollo del ponte di Genova, costato la vita a decine di persone, tra cui Alberto Fanfani, 33 anni, e la sua fidanzata Marta Danisi, 29 anni. Lui, medico anestesista rianimatore, era di Firenze ma lavorava all’ospedale Cisanello di Pisa, dove frequentava il quinto e ultimo anno della Scuola di specializzazione in Medicina interna. Lei, originaria di Sant’Agata di Militello (Messina), era infermiera. Fino alla scorsa primavera aveva vissuto a Pisa, poi era stata assunta all’ospedale “Ss Antonio e Biagio” di Alessandria.

Si erano conosciuti a Pisa tre anni fa e nel maggio del 2019 avevano programmato di sposarsi.  Quella maledetta mattina del 14 agosto stavano percorrendo in auto il ponte Morandi quando è avvenuta la tragedia. Tornavano dall’aeroporto “Cristoforo Colombo” di Genova, dove avevano accompagnato la madre di lei che doveva rientrare in Sicilia.

“Siamo tutti sconvolti per la tragica scomparsa di Alberto Fanfani e non sappiamo darcene una ragione – hanno scritto il professor Stefano Taddei e i colleghi che quotidianamente lo frequentavano -. Alberto era un collega con il quale condividevamo le nostre giornate fatte di lavoro, di impegno, di studio, ma anche di momenti sereni e gioiosi come è normale in un gruppo di lavoro dove la maggior parte delle persone sono giovani medici in formazione che trasmettono le loro aspettative professionali e soprattutto umane per un futuro che si stanno costruendo ed è dietro la porta. Alberto era uno di loro e si caratterizzava per doti umane non comuni, rappresentate da una correttezza, educazione e affidabilità fuori dal comune. Nonostante le capacità professionali fossero decisamente elevate, l’aspetto umano è quello che senz’altro colpiva di più in questo giovane medico ed è per questo che la sua perdita è una tragedia ancor più grande. Di fronte a questa terribile fatalità, il nostro impegno è che il ricordo di Alberto e la sua presenza rimangano sempre con noi, a dimostrazione che l’affetto e il legame umano profondo possono aiutare a superare anche gli eventi più tragici”.

 

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