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Ti dicevano che la vita all’estero non sarebbe stata semplice, che avresti dovuto cambiare, adattarti a diversi modi di vivere, abitudini e costumi. Ti dicevano che lasciare la tua terra, i tuoi amici e la famiglia sarebbe stato complicato ma che, dopo un periodo di adattamento, la nostalgia sarebbe diventata come una vecchia amica, un senso di melancolia che ti coglie ogni tanto, quando non sei impegnato in quella che da queste parti si chiama “rat race”, l’ineluttabile ciclo sveglia-lavoro-recupero che finisce con l’occupare il 90% del tuo tempo. Nessuno ti aveva però avvertito di quanto ti sarebbe mancata l’estate.

Il sottoscritto, per la cronaca, non è mai stato un appassionato della stagione calda. I mesi da giugno a settembre erano marcati in nero sul mio calendario. Andare a giro in un permanente bagno di sudore, con le continue legnate dovute all’aria condizionata, i sedili in pelle roventi che ti costringono a portare pantaloni lunghi anche quando fuori ci sono 40°, la cappa di umidità che ti mozza il respiro. Per non parlare del deserto alla televisione e per le strade nel sacro mese di Agosto, quando trovare un negozio aperto era un’impresa degna di una saga vichinga.

Sei costretto a trasferirti oltremanica ed uno dei pochi aspetti positivi che ti vengono in mente è che non dovrai più sopportare mesi e mesi di nottate di fronte al ventilatore a manetta, giornate con le tapparelle abbassate per tener fuori il sole rovente e serate sul terrazzo appena si leva un filo di vento. Nessuno ti aveva spiegato quanto l’estate da queste parti voglia dire qualcosa di totalmente diverso e, francamente, difficile da metabolizzare.

Gli indigeni hanno sviluppato una infinita serie di battute sulla “Great British Summer” (maiuscole obbligatorie, mi raccomando) ed il loro rapporto con la stagione calda è quantomeno peculiare. D’altro canto, come dargli torto? Se dalle nostre parti l’estate vuol dire mesi di canicola quasi ininterrotta, con sporadiche incursioni di perturbazioni atlantiche più o meno estese, qui la stagione calda è qualcosa di irriconoscibile. Da una settimana all’altra non è infrequente avere sbalzi di temperatura di 10-15° e passare da condizioni quasi tropicali all’autunno nel giro di mezza giornata. Le perturbazioni si susseguono incessanti e rapidissime, i temporali estivi delle nostre parti, violenti ma di breve durata, sono tutt’altra cosa: qui magari piove o pioviggina ma per un’intera giornata. Il che spiega perché il meteo sia una vera e propria ossessione nazionale. Dopo quasi 7 anni da queste parti, il mio smartwatch sembra una stazione meteorologica e sul telefonino non può mancare RainAlert, l’app che ti fa sapere in tempo reale se ce la farai ad arrivare a casa prima che Giove Pluvio apra le cateratte.

Le conseguenze sulla psiche albionica sono principalmente due; il suddetto ricettacolo di battute sulla Great British Summer e l’istinto irrefrenabile di togliersi i vestiti appena la temperatura supera i 20° ed il sole splende per più di dieci minuti. Ci sono eccezioni, ovviamente. Ricordo gente con la capote abbassata e maglietta a maniche corte in un rarissimo pomeriggio assolato di Febbraio, quando la temperatura sarà stata 10-12°. Bermuda e canottiere in pubblico, invece, rimangono dotazione quasi obbligatoria anche quando il capriccioso meteo decide di rigettarti nel bel mezzo dell’autunno in pieno Luglio. All’inizio pensi che siano solo manifestazioni di quell’eccentricità di fondo che costituisce uno dei tratti più simpatici del carattere nazionale inglese. Dopo qualche anno ti rendi conto che, probabilmente, questa gente ha perso un paio di venerdì per strada e ti limiti a scuotere la testa sconsolato.

Può anche succedere però che la temperatura rimanga attorno ai 30° per più di due giorni e che il sole splenda per più delle normali due ore di fila. Questo basta ai media per parlare di “ondata di calore” e vedere gli indigeni uscire fuori di testa. Se poi sole e caldo durano più di una settimana, ecco scattare gli inevitabili “health warnings” e gli articoli su come sopravvivere al “caldo estremo”. Questo toscano esiliato non può che sorridere: quella che da noi sarebbe una normalissima, quasi fresca, giornata di estate basta per far sbroccare un’intera metropoli.

Come fare per sfuggire a questo caldo umido? Il pisano medio non si pone nemmeno la domanda: si va al mare. Già, più facile a dirsi che a farsi. Se guardi sulla cartina, Londra sembra vicinissima al mare. Ti immagineresti una città svuotata e le spiagge stracolme, specialmente nel fine settimana. Niente di tutto ciò. Il mare sembra vicino ma in realtà ci vogliono ore di macchina per arrivare in un posto che sia un minimo decente. Nel Sud-Est del paese ci sono parecchi posti con chilometriche spiagge da cartolina. Il problema è che arrivarci vuol dire almeno un paio di ore nell’infernale traffico londinese. La foce del Tamigi, che sembrerebbe una scelta ideale, è praticamente tutta un’area protetta, il che significa zero località balneari. Southend-on-Sea, quella che potrebbe essere la Tirrenia di Londra, è francamente orribile e, almeno per chi vive in West London, non vale assolutamente le due ore di traffico per arrivarci. Molto più invitanti le spiagge del Kent o del Sussex, da Margate (molto migliorata rispetto a qualche anno fa) a Botany Bay alla famosa Camber Sands, che fa venire in mente la sequenza iniziale di “Chariots of Fire” (mi rifiuto di chiamarlo con l’orribile nome italiano “Momenti di gloria”). La tentazione è evidente, ma poi fai un paio di conti. Quattro ore in auto, 320 chilometri e passa per poi passare una mezza giornata su una spiaggia priva di tutto? Magari se hai una famiglia ne potrebbe anche valere la pena ma da solo sembra una enorme perdita di tempo.

Ci sarebbe sempre Brighton (nella foto, Wikipedia) ma anche in questo caso di parla di ore di viaggio per finire in una grossa città con spiagge minuscole e super-affollate da gente che sembra interessata principalmente ad ubriacarsi. Il Pier è bello, da vedersi almeno una volta nella vita, ma tornarci non sembra una grandissima idea, almeno al sottoscritto. “Ma almeno ti fai un bel bagno”, dice il mio affezionato lettore? Anche qui, più facile a dirsi che a farsi. Il Mare del Nord è un oceano, con correnti forti e temperature molto più basse del nostro bel Tirreno. Gli inglesi sembrano molto più interessati al sole e alla spiaggia, il mare non ispira gran sentimenti. Almeno per chi è abituato al Mediterraneo, è scuro, freddo, minaccioso talvolta, tanto da farti rimpiangere quando ti lamentavi delle troppe alghe a Marina o Tirrenia. Non ci siamo.

Alternative in città? Arrostire nei tanti parchi, con bambini urlanti e gente che gioca ad ogni sport immaginabile? No, grazie. Ci sarebbe sempre la possibilità di andare sul Tamigi, magari dalle parti di Richmond, dove con un poco di vento sembra quasi di essere alle Piagge. Possibile, ma il rischio di imbattersi in ubriachi molesti aumenta a dismisura. Il che, ancora una volta, ci costringe a parlare di come l’ossessione britannica per l’alcool sia difficile da tollerare. Il toscano non disdegna certo il buon vino, magari un bel rosso di Terricciola preso da un amico o parente che si ostina ancora a farselo da solo nonostante le assurde normative europee. Lo scopo, però, non è mai quello di ubriacarsi. Si beve con gli amici, mentre si pranza o si cena al fresco, sulle nostre belle colline o come accompagnamento di un piattone di fritto misto o pesce freschissimo, con il vento di mare a rinfrescare il tutto. Qui le cose sono diverse: si beve di tutto, a dismisura, quasi esclusivamente per ubriacarsi. L’estate vuol dire Pimms, il che, in quantità moderate, potrebbe andare anche bene (continuo a pensare che una buona Sangria sia più adatta ma è una questione di gusti). Peccato che gli indigeni ne bevano quantità smodate, finendo totalmente ubriachi in tempo da record, pronti ad attaccar briga e rovinare la giornata a chiunque gli sia vicino.

Insomma, l’estate britannica è “grande” solo nella sua idiozia e nel suo essere completamente imprevedibile. L’unico modo per sopravvivere? Fuggire a gambe levate appena possibile, cosa che milioni e milioni di londinesi fanno con regolarità. Perché mai rischiare di beccare una settimana di pioggia continua in Cornovaglia quando è più vicina Marbella o Ibiza? Ci vogliono quattro ore di macchina per arrivare a Newquay, più o meno lo stesso tempo che ci vuole per arrivare in Spagna. Onestamente, non c’è paragone, specialmente se consideri che le località mediterranee (Italia chiaramente esclusa, Dio solo sa perché) sono molto più economiche. No brainer.

Come sopravvive il sottoscritto? Semplice, sopporta il calore e conta i giorni fino alle prossime vacanze, quando si tornerà a casa, pronto a spaparanzarsi sul lettino del Bagno Alma di Tirrenia e passare un paio di settimane come Dio comanda. 49 giorni all’alba. Passeranno in fretta, si spera. Buona estate, gente – e salutatemi il nostro bel mare.

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