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Molti l’hanno scoperto grazie a Leonardo Pieraccioni, che vi girò alcune scene de “Il Ciclone” (1996), il suo film più fortunato. Stiamo parlando di Poppi (Arezzo), uno borghi più belli d’Italia. Posto alla sommità di un colle, circondato da antichissime mura, è inconfondibile per il suo castello, visibile a km di distanza. L’edificio, in perfetto stato di conservazione, risale al XIII: lo fecero costruire i Conti Guidi, la famiglia che dal XII al XV secolo dominò il Casentino e tutta la vallata, facendo ristrutturare una fortificazione già esistente.

Al suo interno la Biblioteca Rilliana, con 25mila volumi antichi, il salone delle feste, la cappella dei Conti Guidi, decorata da affreschi trecenteschi da un allievo di Giotto. Ma è soprattutto l’alta torre che emoziona i visitatori, per lo splendido panorama che si può ammirare dall’alto. Merita una visita anche la Badia di San Fedele, che risale al XIII secolo e conserva splendide opere d’arte, tra cui una Madonna con Bambino di fine Duecento. Il centro storico vale una visita per la bellezza dei palazzi, alcuni con splendidi giardini interni, i portici e i vicoletti che offrono spunti interessanti. Poppi è un paese assolutamente da visitare, magari – per chi avesse più di un giorno a disposizione – come tappa intermedia alla scoperta delle bellezze, naturali e artistiche, del Casentino. E della buona cucina.

Un tempo a Poppi c’era un porto fluviale. Lo avevano costruito i monaci camaldolesi. Il prezioso legname delle foreste di queste zone (faggi, abeti e castagni) raggiungeva Firenze e Pisa grazie alla via d’acqua dell’Arno. Il porto sorgeva non lontano dal luogo dove oggi si trova l’Osteria Il Porto.

Presenti in zona dal 1082 su iniziativa di San Romualdo, i monaci iniziarono a vendere il legname a partire dal XIV secolo (prima era proibito). I tronchi d’albero da Poppi venivano trasportati lungo l’Arno verso Firenze e Pisa. L’attività proseguì fino al 1863. Molte navi medicee sono state prodotte con il legname delle selve del Casentino, così come le travi di numerosi edifici. Prevalentemente si utilizzava l’abete bianco, simbolo della selvicoltura monastica toscana. Questo albero ha permesso di produrre, nei secoli, gli alberi maestri delle grandi navi e travature di cattedrali e palazzi: il Duomo di Firenze, ad esempio. E da Camaldoli arrivarono le travi che ancora oggi sorreggono il soffitto del Salone dei Cinquecento, a Palazzo Vecchio.

Come ogni borgo medievale che si rispetti anche Poppi ha il suo fantasma. È quello di Matelda, una bella e giovane donna che, intorno al 1200, sposò controvoglia un rampollo della famiglia Guidi; ma non volle rinunciare alla propria libertà, approfittando dei momenti di lontananza del marito, che aveva molti impegni politici e militari da rispettare. La leggenda narra che la contessa Matelda, per non dare scandalo, facesse uscire i propri amanti da un passaggio segreto, attraverso un pozzo. Che però era una vera e propria trappola mortale, con delle lame che spuntavano dal fondo, su cui finivano infilzati i corpi dei malcapitati.

Fino a quando a sparire erano i forestieri, non accadde nulla. Ma una volta che la triste sorte toccò ai giovani di Poppi, scattò la reazione. Un giorno, approfittando dell’assenza del conte Guidi, gli abitanti del borgo presero d’assalto il castello e lo perquisirono in ogni anfratto, scoprendo la terribile verità. A quel punto, per vendetta, rinchiusero Matelda nella torre, facendola morire di stenti. Da secoli si narra che la “Torre dei Diavoli” conservi lo spirito di quella giovane donna.

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